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	<title>filippeion &#187; America</title>
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		<title>Capitalism: a love story</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 14:33:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>filippeion</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il film di Michael Moore è proprio bello. La tesi è forte, proposta senza esitazione e con grande semplicità. Tutto nel documentario è esposto con grande semplicità, le interviste, le sequenze di montaggio, i filmati d&#8217;epoca. E&#8217; sicuramente una conferma metodologica di quello che da sempre è il nucleo stilistico del lavoro di ogni regista/autore: l&#8217;attività [...]]]></description>
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<p>Il film di Michael Moore è proprio bello. La tesi è forte, proposta senza esitazione e con grande semplicità. Tutto nel documentario è esposto con grande semplicità, le interviste, le sequenze di montaggio, i filmati d&#8217;epoca. E&#8217; sicuramente una conferma metodologica di quello che da sempre è il nucleo stilistico del lavoro di ogni regista/autore: l&#8217;attività di sottrazione logica, tematica e formale dal corpus dell&#8217;opera. Fino a che punto è possibile spingersi per accorciare con successo la distanza tra l&#8217;opera e la comprensione di questa presso il suo pubblico. A prescindere dal condividere o no le tesi del regista, il suo approccio è sempre disarmante. La sequenza del padre del regista davanti alla ex fabbrica della GM, ora ridotta ad una spianata di terra, dura pochi istanti ma ha la potenza di un macigno. E ancora, il racconto delle assicurazioni fatte dalle aziende sulla morte dei dipendenti e a insaputa di questi ultimi, atroce e grottesco e al tempo stesso, genera un effetto di straniamento per il ritegno e la compassione con cui è riportato. In ultimo, con la riproposizione dello storico discorso in cui Roosevelt  presenta la carta dei diritti dei lavoratori, il film raggiunge l&#8217;apice del suo intento morale e della sottrazione formale. Se una lacrima non scende gli occhi sono comunque lucidi.<!-- PHP 5.x --></p>
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